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Toja Roberto

Verbania, classe 1969
Per me la fotografia è una cosa seria, legata a doppio nodo al linguaggio umano che, dalla notte dei tempi, è formato da parole, suoni e immagini. E, in quanto parte e struttura di un complesso sistema linguistico, voglio usarla per comunicare e comprendere.

MANIFESTO

«Che cosa c’era al posto della fotografia, prima dell’invenzione della macchina fotografica? La risposta più ovvia è: l’incisione, il disegno, la pittura. Ma la risposta più illuminante sarebbe: la memoria». 1John Berger, About Looking, London 1980

Roberto Toja è un uomo curioso, prima dote di un fotografo, con lo sguardo proiettato a raccogliere il mondo in trasformazione. I suoi leitmotiv principali sono legati alla narrazione della memoria e della sua perdita, all’oblio e allo scorrere del tempo. Siamo abituati ad associare al concetto di tempo l’idea di un divenire, di uno scorrere, di un proseguire. Le sue fotografie inducono, invece, il nostro sguardo a osservare immagini fisse, immobili, in cui il tempo è dato dalle “stratificazioni” e dalle “trasformazioni” urbane e sociali che conservano, inevitabilmente, i segni di un cambiamento cercato e svelato. Roberto Toja dimostra che per essere fotografo, ancora prima che l’occhio, è necessario il senso della Storia e il suo Tempo, come memoria collettiva del nostro vivere, perché “abbiamo tutti un certo tempo dietro di noi e questo tempo è la nostra storia”.

Trova spesso questi “attimi di memoria” all’interno di ambienti incustoditi, intesi come scenografie teatrali in cui è possibile ricreare atmosfere e stati d’animo particolari, giocando con la casualità dell’incontro con oggetti abbandonati. La ricerca di particolari condizioni offerte dalla luce naturale, gli permette di fissare quell’attimo sospeso nel tempo: una memoria intima ritrovata.

Al fascino che suscita la fotografia in bianco e nero, Toja unisce un meditato equilibrio tra spazio urbano e presenza umana, in cui si può leggere il significato più profondo e pregnante del tempo che attraversa, inesorabile, le esistenze, quelle stesse che cercano Pio Tarantini, critico e fotografo contemporaneo, afferma che Toja «realizza un reportage lento, non legato strettamente agli avvenimenti più eclatanti in corso ma che cerca nell’ordinarietà delle situazioni, inquadrature che vanno a comporre un racconto composito, dove la narrazione si dispiega in fotogrammi panoramici, quasi con reminiscenze filmiche, dove spesso sono presenti persone che occupano o attraversano la scena». 2Pio Tarantini, Fotogrammi e sequenze di Roberto Toja, in «Il Fotografo», febbraio 2010

PERCORSO

Una laurea in storia dell’arte medievale e moderna (Giovanni Maria De Rumo da Oleggio: catalogo di un pittore itinerante tardo gaudenziano, attivo nel novarese a metà Cinquecento), una passione per la pittura del Cinquecento e una macchina fotografica. Sono gli ingredienti segreti che hanno permesso a Roberto Toja di fare della fotografia un mestiere.

Siamo alla metà degli anni Novanta quando Roberto si serve della macchina fotografica come semplice mezzo sussidiario agli studi di arte e architetture rurale subalpina. Lo interessava l’aspetto architettonico dei villaggi prealpini medievali, le caratteristiche somatiche ripetute, la loro diffusione in piccoli gruppi e l’evoluzione in base alle congiunture economico-annonarie e l’aspetto decorativo degli elementi.

A cavallo del nuovo millennio, inizia ad allargare il suo interesse nei confronti del mezzo fotografico. Si dedica al reportage sociale, ma subito orienta il suo sguardo a luoghi ed elementi dimenticati o trasformati dal tempo.

Come strumenti utilizza principalmente una macchina reflex medio formato e una 35mm a telemetro, entrambe a pellicola. A queste alterna una reflex digitale, ma la scelta, in generale, dipende da quello che ha intenzione di raccontare. Le sue immagini fanno parte di prestigiose collezioni privati e museali, quali Fotografia Italiana e Museo Nazionale Alinari della Fotografia.

Opere


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